Trans sentenza storica, al via il cambio del nome sui documenti senza intervento

Mai più sotto falso nome. La Consulta mette la parola fine alla necessità dell’intervento chirurgico per rettificare il nome sui documenti delle persone transessuali

Di Delia Vaccarello – Una sentenza storica. La Consulta ha stabilito che l’intervento chirurgico per le persone transessuali non è indispensabile per rettificare il nome suidocumenti. Si tratta di una interpretazione molto illuminata della legge 164 dell’82, che considera l’identità di genere un valore fondamentale per l’equilibrio psicofisico di una persona e stabilisce che la sessualità non è identificabile esclusivamente nella presenza dell’organo genitale, ma in un complesso di fattori.

 

Mai più dunque vite sotto falso nome, quelle tante situazioni in cui le persone trans non volendo approdare all’intervento si trovavano in un limbo identitario, con l’aspetto in un modo e i documenti in un altro. Fine anche della costrizione all’operazione, anche nei casi in cui non era considerata del tutto la meta desiderata, ma veniva perseguita per stare “a posto” anche con la carta di identità e avere la strada più libera , ad esempio, nella ricerca di un lavoro visto il grande peso dei pregiudizi che grava sulle persone transessuali.

Va ribadito che al centro della questione c’è il benessere psicofisico della persona, tutelato dalla Costituzione. E non come alcune testate giornalistiche vogliono far credere, vale a dire che l’identità di genere per le persone transessuali equivarrebbe a un capriccio.

Chi inizia un percorso di rettificazione del sesso in realtà avverte una dolorosa divergenza tra il corpo sessuato e il genere al quale sente di appartenere. Vari procedimenti, in base alla legge vigente, compreso il ricorso agli ormoni, vengono messi in atto per ridurre questa situazione in grado di minare alle basi la vita di una persona. E se prima per avere la rettifica anche all’anagrafe occorreva anche l’intervento chirurgico, ora non più.

La sentenza, redatta dal giudice Giuliano Amato, è stata depositata il 6 novembre, e segue una precedente espressa dalla Cassazione. La Consulta tiene ferma la necessità che il carattere del cambiamento sia definitivo, non si può in altri termini cambiare nome sui documenti in maniera reversibile. Nel testo si richiamano le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno riconosciuto che il diritto all’identità di genere rientra a pieno titolo nella tutela prevista dall’articolo 8 della CEDU, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che stabilisce il rispetto della vita privata e familiare.

La Corte, riaffermando il principio per cui resta “ineludibile un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto e del suo carattere definitivo”, ha precisato che, rispetto al cambiamento di sesso, “il trattamento chirurgico costituisce uno strumento eventuale, di ausilio al fine di garantire, attraverso una tendenziale corrispondenza dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza, il conseguimento di un pieno benessere psichico e fisico della persona”. Vediamo dunque che l’intervento è considerato “strumento eventuale” per garantire la corrispondenza “tendenziale” dei tratti somatici con il sesso di appartenenza. Stop dunque a una rigorosa tutela della presenza dell’organo ricostruito per stabilire l’identità di genere. Un recepimento che era già avvenuto, nella scrittura della 164, per quanto riguardava la rettificazione del sesso nel passaggio da femmina a maschio. Era talmente difficile la ricostruzione del pene, che il legislatore aveva dato il via libera al cambio anagrafico per chi transita da donna a uomo senza tale ricostruzione. Con la sentenza della Consulta l’intervento chirurgico diventa un mezzo orientato solo al benessere non una condizione senza la quale non è possibile vivere appieno, da citadini di serie A, la propria identità di genere.

Resta fermo che il percorso di transizione verrà monitorato secondo le tappe prescritte dalla legge, che vede interventi dell’endocrinologo, un consulto psicoterapeutico, e il test di vita reale, vale a dire un periodo di tempo congruo durante il quale la persona vive a pieno, nei modi, negli abiti, in tutta la vita relazionale e con se stessa, l’assunzione dell’identità di genere sentita come propria. Al termine del quale dopo alcune valutazione viene chiesto al tribunale, e se il caso, rilasciato il nulla osta per la rettifica all’anagrafe.

Soddisfazione è stata espressa dalla Rete Lenford, promotrice dei ricorsi che hanno portato alla sentenza. Secondo la presidente di Avvocatura per i diritti LGBTI, avv. Maria Grazia Sangalli “si tratta di una pronuncia che chiarisce definitivamente le ambigue zone d’ombra della legge 164/82 in tema di rettificazione di attribuzione di sesso. La legge non impone la modifica chirurgica del sesso, secondo una interpretazione della stessa definitivamente orientata nei termini di una valorizzazione del diritto costituzionale alla salute. L’intervento è dunque solo un possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico della persona”.

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